Judas!

 Judas, Giuda, è l’accusa, urlata da uno spettatore verso Bob Dylan all’inizio di “Like a rolling stone” durante un concerto a Manchester nel 1965. 

Come in una pagina di Robecchi o una scena di Monterossi, Dylan, assieme alla melodic house, ha fatto spesso da sfondo a questa vacanza. 

In fondo, la competenza musicale di Enrico, e anche di Luca infine, sono un prezioso companatico di queste meravigliose ore passate con loro. 


Cosa c’entra il tradimento di Giuda con Ushuaia?  Lo scoprirà solo chi avrà la pazienza di leggere tutto questo lunghissimo post (tranquilli … funziona anche saltando tutta la sbrodolata da qui agli ultimi paragrafi). 


Il ritorno alla civiltà, con l’arrivo ad Ushuaia, dopo aver sorvolato una infinita distesa di niente, rischia di essere da subito un trauma. 

Il sapore dell’aria è nettamente diverso fin dai primi minuti. Non più profondo e trasparente come a Torres del Paine, ma intriso di odori di civiltà periferica e disordinata. 

L’aeroporto è vicino alla città e il taxi, con poco più di 5 euro, ci porta al nostro appartamento Airbnb, nuovo ed accogliente, ma come spesso accade overselled. 

Nell’annuncio si parla di bella vista.  In realtà la finestra del soggiorno dà sulla strada. Solo dal soppalco della camera dei ragazzi si vede il mare. Prima di arrivare al porto però lo sguardo sorvola tutta una serie di scombinati tetti di lamiera e inciampa addirittura sulle croci delle tombe del cimitero cittadino. 





Si, perché ad Ushuaia, per ragioni che capiremo grazie alle spiegazioni della guida durante la crociera nell’arcipelago del Beagle Channel, lo sviluppo urbano ha seguito criteri molto discutibili. 

Le case, per stile e posizione, sembrano essere rotolate qui da ogni parte dell’emisfero boreale ed è come si fossero casualmente fermate ai bordi dell’ultimo confine del mondo. Esistono Fachwerkehauses arrivate dal nord Europa, ville signorili arrivate dalle coste del Portogallo assieme a tante costruzioni, poco più che baracche insinuate tra anonimi edifici di ispirazione razionalista che ambiscono ad una modernità poco consona all’atmosfera di questo posto. 

Questo essere l’ultimo confine del mondo è forse l’unico vero catalizzatore che rende Ushuaia affascinante e meritevole di una visita. E, non tanto per i paesaggi attorno all’evocativo Beagle Channel (che prende il nome dal vascello con cui Darwin esplorò questo posto) ma per l’insieme di incongruenze che, come le case, sembrano rotolate qui in instabile equilibrio sul limite del mondo abitato. 

Lo capisci dall’impostazione da campo base dei negozi che, se non vendono souvenir spesso legati alla  natura di colonia penale, espongono materiale tecnico da esploratori quasi antartici. 

Oppure dalla massa di camper, di ogni tipo e provenienza, che stazionano vicino al porto. Considerato che non ne abbiamo mai visto uno, sembrano essersi dati appuntamenti tutti qui come a piantare una bandierina.  Quelli più sgangherati li trovi spesso sulla via principale che espongono improbabili mercanzie artigianali come braccialetti e mate 🧉. Da uno di questi, compriamo oltre al mate stesso anche la yerba mate, l’erba da infuso. È così che apprendiamo che mate è il nome del bicchiere da qui si succhia la bevanda e non l’erba stessa. 

Capisci questo fascino da ultimo presidio, anche dalla massa di ragazzi, backpackers di lungo corso, che la sera affollano le tante birrerie o pub come il Dublin, dove abbiamo concluso entrambe le nostre serate qui ad Ushuaia.

Assieme a questo sgangherato assemblaggio di rotolamenti che si ammassano qui sul bordo del mondo, esiste però, ed è viva, una comunità di circa 90 mila abitanti. 

La città ha conosciuto uno sviluppo disordinato negli anni ‘80 del novecento quando, da sede di colonia penale e grazie agli incentivi fiscali offerti dai governi, ha attratto famiglie ed imprenditori che hanno puntato essenzialmente sul turismo. 

Non riuscendo ad ospitare tutti nelle strutture esistenti la città ha iniziato a svilupparsi in modo caotico e casuale con un susseguirsi di occupazioni e costruzioni abusive che ne hanno deformato la forma. 

È rimasto, al centro, un quadrilatero di vie che si intersecano perpendicolari e ricordano, per lo sviluppo in forte discesa, una piccola San Francisco. 

Come a El Calafate, non riesco a capire  come funzionino le precedenze in questi incroci, per lo più tra perpendicoli a senso unico. Non vale la regola della precedenza a destra e si ferma sempre chi proviene dalla via principale. Alla fine decido di chiedere nel mio spagnolo zoppicante ad una giovane poliziotta che mi saluta con un sorriso sulla via semideserta. Mi spiega che si ferma chi ha meno difficoltà a farlo, quindi passa chi è in salita o in discesa. 

È un contatto con i locali che mi sblocca dalla paura di non farmi capire e quindi decido, durante questa passeggiata mattutina, mentre i ragazzi ancora dormono, di entrare in uno dei pochi negozi aperti. È una specie di microscopico supermercato. Sono attirato da un vassoio di croissant appena sfornati. Qui si chiamano medialuna. Dietro il minuscolo banco ci sono due signori. Ci vuole poco a farmi capire, anche perché, appena esce la mia italianità, così evidente anche coi baffi patagonici, emergono anche le loro origini italiane. 

La nonna del gestore è originaria di Soave. Lui non parla italiano e non è mai stato in Italia, ma mi riporta, con occhi incantati, i racconti della nonni. Nomina spesso un risotto allo spumante che non ho ben capito come decifrare. 

L’altro, pur armeggiando con la macchina del caffè, è un avventore. Parla un ottimo italiano. È un tecnico di refrigeratori e proviene da Bologna (c’è una folta colonia di bolognesi qui, lo scopro dallo zio bolognese di Elisabetta che mi ha visto qui su Facebook). Mi prepara con consumata perizia il primo vero espresso da quando sono qui. Lo sorseggio chiacchierando con loro del più e del meno. Percepisco dalle loro parole l’orgoglio di appartenere a questo presidio di frontiera. Minimizzano gli aspetti di un clima impietoso anche d’estate, lamentandosi soltanto del forte vento che scuote costantemente la città. Quando il discorso va a finire  inevitabilmente sul calcio, la delusione per la mia incompetenza si attenua soltanto quando improvviso qualche fresca informazione sul Chievo e la sua natura di barrio cittadino. Poi supero me stesso quando sciolgo i loro dubbi sulla squadra di appartenenza del calciatore argentino Caniggia che ricordo militante nelle file dell’Hellas (o Kellas come dicono qui).

È questa la parte più bella del mio essere ad  Ushuaia: sentirmi, anche solo per un momento, in contatto con la sua comunità. 

Che, a dispetto dei rassicuranti racconti dei due amici, dà l’impressione di  sopravvivere arrancando cercando di trarre beneficio  dalla massa sgangherata di cercatori di emozioni di frontiera. 

Ma i segnali veri di sofferenza sono ben visibili. 

Se, ad esempio, l’automobile può essere un indicatore, qui è chiaro che le uniche auto passabili, in genere poco più che utilitarie, sono quelle dei tassisti o quelle a noleggio. Per il resto, è un tripudio di vecchie carrette smarmittate come la Fiat Uno, accasciata sulle ruote anteriori e senza targa che si mischia scoppiettando alla lunga fila di auto, solo un poco più in forma, che assediano la principale Avenida San Martin. 

Lo apprendi chiaramente dalle parole della guida, che descrive una vita divenuta troppo difficile, considerato il clima. Tutto è carissimo a causa del venir meno del supporto governativo e dall’ondata di inflazione che sta travolgendo l’economia del Paese. 

In effetti, quando paghi in pesos, devi essere preparato a contare decine e decine  di banconote a tre zeri. La cosa fa un effetto  poco piacevole. Una sensazione da Berlino degli anni 20 che schiude a scenari poco rassicuranti. E, pensare alle motoseghe di Milei e ai suoi “a fuera !” nei confronti dei ministeri, non lascia certo una bella sensazione. 

Leggo la preoccupazione per un futuro anche più incerto di quello che aspetta i giovani in Italia anche negli occhi della cameriera del ristorante (di lusso) Kalmo. Siamo qui, Enrico ed io a regalarci una cena di pesce. 

Il sorriso della giovane ragazza sfuma in una dolce smorfia di tristezza quando la invito a visitare il nostro paese. Ci chiedeva di insegnarle alcune frasi in italiano e non ho resistito a suggerirle il viaggio.

A proposito di sorrisi, come tanti ragazzi (e non solo) qui in Argentina, anche il suo sorriso era semi oscurato dall’apparecchio per i denti. Davvero noti questa cosa. 

Enrico googlando trova che è una specie di moda ostentativa di benessere. Sarà anche così, ma a me sembra che il benessere vero sia ben lontano. 

Questo lungo post non può evitare un breve cenno alla crociera in catamarano (da veri turisti) alle isole dell’arcipelago del Beagle Channel. La ricorderò più per i racconti della guida che per il resto. Certo, vedere in ambiente naturale leoni marini spiaggiati o cormorani che si fingono pinguini o veri pinguini che silurano nel mare, ha un suo fascino. Però non è certo il motivo che mi porterebbe di nuovo qui. 

Alla fine, tornerei, rispondendo quindi sì alla domanda fondamentale, per immergermi più a lungo quest’atmosfera da ultimo confine del mondo magari anche come ultima tappa di un lungo viaggio.   

E, a proposito di ultimo confine del mondo, arrivo finalmente al tradimento di Ushuaia. 

La delusione più grande è stata non trovare alcun segno lasciato dall’esperienza di Thomas Bridges. Non una targa, un monumento, niente. Solo una piazza, peraltro fuori mano, intitolata a lui. Convinco i ragazzi a raggiungerla nella speranza di cogliere un segno del suo passaggio degno dell’importanza della sua opera di integrazione con i locali, ma non c’è proprio nessun riferimento diretto. Solo un gruppo di case di legno, un po’ più belle del guazzabuglio cittadino, ricordano il luogo del primo insediamento della missione. 

Al contrario, in pieno centro ci sono negozi, una chiesa e una via importante dedicata a Don Bosco. Qui i salesiani hanno scalzato gli anglicani arrivando in massa, sterminando involontariamente, contaminandoli con virus da cui non erano protetti, gli stessi indigeni yagan che Thomas Bridge aveva convinto ad integrarsi (con alterne fortune). 

L’unico messaggio di Thomas Bridges mi arriva da una signora che sta davanti a quello che un tempo era un museo sulle origini di Ushuaia. Il museo ora è chiuso (come il negozio di souvenir lì sotto) ma, sempre col mio incertissimo spagnolo, capisco dalle sue parole che potrei avere qualche indicazione sulla vita del reverendo acquistando una pennetta usb che contiene quello che una volta si spiegava visitando il museo. Purtroppo, non riesco a ripassare da lì e quindi mi resterà il dubbio. 

Enrico da giovane smanettone, chiede a ChatGPT (!) se, alla base di questo evidente oscuramento del contributo di quello che sostanzialmente è il fondatore di Ushuaia, ci sia il conflitto, sempre latente, tra Argentina ed Inghilterra sulle isole Malvinas. (Btw, a testimonianza di questo, le scritte, anche ufficiali, “Les Malvinas son Argentina”, qui te lo ricordano ad ogni passo). 

ChatGPT risponde che questo è improbabile, e il motivo va ricercato nel “nazionalistico” desiderio di colorare l’ultima città del mondo che è anche il cancello di ingresso all’Antartide, come una pertinenza solo Argentina. 

In realtà non sono convinto del tutto e penso che se avessi avuto più tempo avrei indagato meglio e forse, parlando con qualcuno qui, trovato qualche traccia più evidente sulla vita di Thomas Bridges e della sua famiglia. 

Mi resterà il rimpianto di non averlo fatto e questo, chissà, potrebbe spingermi a tornare…



P.S.: “L’ultimo confine del mondo”, riferimento che torna spesso in questo post, è la traduzione italiana del titolo di un libro di Lucas Esteban Bridges, terzo figlio del reverendo Thomas Bridges. Nel libro si racconta l’esperienza del padre e dello stesso autore negli anni in cui fondarono una comunità nel luogo in cui oggi sorge Ushuaia per evangelizzare le primitive popolazioni locali. 

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