Inclassificabile

Sdraiato sulla riva al Rio Serrano, avvolto nel silenzio più assoluto rotto a tratti solo da qualche lontano cinguettio, lascio che il lento scorrere del fiume accompagni il flusso dei ricordi di questi giorni passati qui. 

Sembravano tanti, quattro giorni nello stesso posto. 

Sembrava anche difficile riuscire a gestire gli spostamenti dal nostro albergo ai punti più interessanti di questo paesaggio che non so bene come definire.  

Sembrava difficile per la mancanza di distributori di benzina o per lo stato delle strade, tutte sterrate e sconnesse. 

Sembrava anche che il lusso di questo hotel, con tanto di spa, piscina, cocktail bar e biliardo, fosse quanto meno inadeguato allo stile di vacanza che avevamo in mente. 

Sembrava, ma non è così, perché questo è un posto che ti fa cambiare idea su ciò che sembra e ciò che è.

Ed è da questo pensiero su ciò che sembra e ciò che è, che voglio partire per raccontare, in poche frasi ed in un solo saluto (cit.), quello che ho provato in questi giorni. 

Ero convinto fino a qui, che si dovesse assegnare una posizione in classifica ai posti che più hanno lasciato il segno. Sembrava giusto così. Invece no. 

Dopo Rio Serrano ed il parco delle Torres del Paine ho gettato alle ortiche la mia classifica e non la userò più per dare un valore alle emozioni generate. E non è perché questo posto sia “più qualcosa” di Uluru o delle altre mete sul mio podio e che io non voglia scombinare una classifica che ho redatto negli anni. 

Ma è proprio il fatto che una classifica per definizione posiziona, esclude, valuta e per farlo deve usare dei criteri soggettivi. Criteri che, nel mio caso,  sono saltati completamente in aria in questi giorni. 


Faccio alcuni esempi: Uluru è al primo posto nella mia classifica per la natura di divinità laica del suo essere un unico monolite con una pelle segnata dal tempo che puoi anche accarezzare. 

Qui, se applicassi un criterio “religioso laico” non avrei nessuna pelle da accarezzare, ma la profondità del silenzio che ti avvolge e l’odore dell’aria che ti penetra i polmoni hanno la forza di una divinità senza aureole. Questi silenzi assoluti e questi odori trasparenti sono una cosa che  non avevo mai provato con così dolce intensità. 

Oppure, vogliamo parlare della presunta unicità delle forme sgretolate o delle sfumature di colore disegnate dai tramonti sulle Dolomiti del mio terzo posto? 

Certo, l’estensione e la varietà delle Dolomiti è impressionante, specie se si pensa a quanto piccola è l’Italia rispetto alle distese patagoniche. 

Però, quando sei davanti agli stessi colori ed a forme simili, per di più, come ho detto, in alcuni casi guarnite da un cappello nero e, questi colori e quelle forme si dilungano in questa stagione in riflessi infinitamente lunghi per la durata delle giornate e la vastità inabitata delle pianure che le circondano, ti chiedi quale dei due scenari lasci il segno più profondo.


E allora, come la mettiamo?


La mettiamo che salta ogni classifica ed ogni bisogno di ordinare le emozioni su una scala di intensità relativa. 

E, siccome non mi piace cancellare e basta, ecco che, d’ora in poi, userò un altro metodo. Vale la risposta alla domanda: ” sei un posto che va assolutamente visto nella mia vita?”.

A questa domanda, la risposta di Torre del Paines è certamente sì!

Che poi, questo modo di leggere l’importanza dei luoghi, si porta dietro un piacevole effetto secondario: che se non ci sei stato con la persona che ami, la puoi sempre convincere del tuo criterio ed accompagnarla a soddisfarlo 😀!


Venendo ai ricordi di questi giorni, mi è difficile raccontarli degnamente, rischierei di banalizzare o dimenticare. 

Dalle fatiche sui sentieri alle culate sul cavallo, dai cocktail serali alle partite a biliardo, dai colori delle acque dei laghi (più di uno, come i laghi) alle dronate clandestine, dai cani accompagnatori alle profonde discussioni coi ragazzi, se solo dovessi mettere in ordine anche solo uno di questi argomenti potrei scrivere delle ore. Senza poi contare tutto quello che non ho elencato. 

E allora preferisco buttare lì delle immagini senza un ordine preciso. Che poi, qualcosa, ma non tutto, si commenta già da solo. 


P.S.: questi post sono scritti principalmente per me, per rivivere a distanza di tempo le emozioni vissute nel viaggio. Non hanno la pretesa di essere una “Lonely Planet de noantri” e nemmeno quella di essere compresi o apprezzati da quei pochi che li leggono. Scrivo questo disclaimer solo per me, perché il giorno che riguarderò questi post e magari non riuscirò né a comprenderli né ad apprezzarli, mi consolerò pensando di essere stato in buona (anche se poca) compagnia. 








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