Due giorni fa

Da Ushuaia a Iguazu, passando per Buenos Aires. 

Lasciamo la nostra casa di Ushuaia la mattina presto strapazzati da un fortissimo vento. Oggi le barche che ieri numerose percorrevano il Beagle Channel non sono in grado di lasciare gli ormeggi. 

Io, che sono l’ansioso del gruppo, temo che anche il nostro volo, che già è un ripiego di quello che ci hanno cancellato, sia a sua volta almeno ritardato a causa del meteo. 





La positiva ed energica sicurezza di Enrico, ostentata in ogni occasione di questo viaggio, proprio come un vero comandante di equipaggio sa fare, si dimostra invece fondata. 

L’aereo infatti parte in orario e arriviamo  alle 13.45 all’aeroporto EZE di Buenos Aires dopo un volo molto shakerato . 


Quando Luca si accorge che l’aereo della sera verso Iguazu parte invece da un altro aeroporto, la nostra solida guida non si scompone e ripianifica abilmente la location del deposito bagagli individuandone uno a Palermo, il quartiere che ci vuol portare a visitare nelle poche ore che abbiamo a disposizione. 

Il lungo tragitto in taxi scorre senza intoppi per il fatto che è domenica. Jorge, il nostro taxista ci fa anche un po’ da guida, indicandoci i punti di interesse lungo il percorso. 

Come tutte le persone incontrate qui sinora, trasmette un senso di orgogliosa ed empatica dignità umiliata però dalla condizione del suo Paese. 

Ci racconta di come il prezzo della benzina raddoppi quasi ogni settimana e di come nei prossimi giorni tutta l’Argentina si fermerà per tre giorni di sciopero generale. Sottolinea senza incertezze che sarà davvero tutto bloccato. Non solo a Baires…

Staremo a vedere come affrontare questa cosa.

 

Nei fatti, mi è difficile capire come si possa sopravvivere in questo mondo. Il prezzo della corsa dall’aeroporto EZE a Palermo, più o meno 45 km, ad esempio, è stato pattuito prima di iniziare in circa 40 euro. 

Mi sembra veramente poco se penso agli almeno 25 euro che spendo a volte per i 9 (forse) km dalla stazione a Caselle e mi sale la rabbia anti corporazione ed un senso di colpa per appartenere ad un mondo occidentale a volte finto e lontano dalle difficoltà della gente come Jorge. 

In effetti, pur non essendo un vero paese del terzo mondo, qui è come se tutto, dalle strade alle costruzioni, dalle auto ai servizi pubblici, si fosse fermato giusto un attimo prima di realizzarsi pienamente. Un senso di sospensione che non sai bene dove porterà. 

Risalta comunque, in tutto ciò, la gentilezza e disponibilità delle persone incontrate sinora. Un tratto che un turista certamente apprezza e che non riesco ad riconoscere in misura comparabile alla esperienze nei mondi occidentali. 

La breve sosta ed il pranzo nel quartiere Palermo non fa altro che confermare queste impressioni. I camerieri del  Don Benito (proprio un bel nome…) ci accolgono come re anche se sono già le tre del pomeriggio e ci servono dei piatti (provoleta e ovviamente carne) deliziosi e molto meno costosi di quanto abbiamo pagato finora. 

Ecco, l’unica nota non positiva di questa vigilia di Natale è che il deposito bagagli chiude alle 17.30 costringendoci a portarci in giro il peso degli zaini nel vagabondaggio alla ricerca di un parco dove riposare qualche ora. 

Il quartiere Palermo è noto per i suoi ristoranti, ed è chiaramente un quartiere ben vivibile, anche non può certo ambire ad un premio per l’architettura. Trovi senza soluzione di continuità grattacieli, baracche, edifici coloniali. I ragazzi ne parlano come di un incrocio tra Barcellona e l’Indonesia. A me sembra una La Havana solo un po’ più moderatamente moderna.  Insomma, un bel feeling, un bel misto di degrado e bellezza senza pretese da capitale che ti mette a tuo agio. 

La vera sorpresa arriva più tardi, quando all’arrivo nel vicino aeroporto, scopriamo che il nostro aereo è ritardato alle 23. Ed esiste anche il rischio che, a causa del maltempo, veniamo dirottati a Cordova. 

Stranamente l’unico che se la prende per questo imprevisto è proprio Enrico. Io e Luca ci stravacchiamo a terra nel tentativo di dormire un pochino. 

Tutto poi si risolve per ill meglio e anche il tempo passato in aeroporto ci regala la conoscenza di Jorge, un argentino di 65, direttore e proprietario di una casa cinematografica. Ci invita ad andarlo a trovare in Brasile, a Santa Caterina. Un posto sul mare e, a sua detta, molto sicuro. È un ebreo (sostenitore di Bolsonaro) che ha vissuto anni in Israele poi negli Stati Uniti e in Argentina ed infine si è rifugiato in Brasile. Mi fa morire che, fino a quando non capisce che io ed Enrico non siamo due gay, ci tiene a precisare che l’unico problema di Bolsonaro è che sia omofobo… Prima di imbarcare ci lascia il suo biglietto da visita e chissà mai che non succeda davvero che un giorno lo chiamiamo.


All’arrivo a Iguazu scopri di essere in un altro mondo: i tropici. A parte il clima caldo e umido, ancor più sotto la pioggia come stanotte, impressiona lo strapotere della vegetazione. L’unica discontinuità è data dal nastro di asfalto della strada che porta al nostro hotel, un insieme di piccole costruzioni sparpagliate su un dirupo immerso nella giungla e scavato da un assordante torrente. 

Lo stacco da Ushuaia, sia pur attenuato dal passaggio a Buenos Aires, è veramente forte ma la stanchezza lo è ancora di più e così crolliamo senza fatica sui letti di questa camera che sembra quella di una vecchia nonna. 

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